La prova del nove

Monica Maggioni, Guinea Bissau

Sognavo l'Africa (e, più in generale, la missione) fin da bambina. Avevo circa 12 anni quando andai da mia madre, bella convinta, dicendole una cosa del tipo: «Io da grande voglio andare a vivere in Africa. Lì son felici senza tutti questi giochi e poi, ne sono certa, hanno proprio bisogno di qualcuno che li aiuti». Crescendo, sentivo testimonianze di persone a me care che erano state in un Paese "del terzo mondo", ma nessuna combaciava con i miei sogni infantili. «L'Africa non è quell'El Dorado sereno e utopico»; «Ci sono tante contraddizioni»; «Non è detto che il tuo aiuto lo vogliano...». Ma, per come sono fatta, ho sempre voluto vedere le cose come le sogno e non come sono.

Sono partita così per la Guinea Bissau (guarda un po', proprio il continente nero): fingendo con me stessa di aver accantonato le aspettative, ma senza averlo fatto davvero. L'impatto con la realtà africana e con la comunità di Suzana è stato piuttosto difficile, soprattutto all'inizio. Pioveva spesso e il caldo era soffocante, i bambini non erano sempre profumati e tante volte sembravano interessati solo alle cose che potevamo regalare loro; le piccole comodità di casa mi mancavano, avevo paura di incappare in qualche bestia strana e il non sapere la lingua Felupe mi bloccava nella comunicazione. Per non parlare della cultura. Anni di studio del relativismo culturale mandati a quel paese in un lampo. Soprattutto i primi giorni erano un susseguirsi di «Ma che, davvero?» e «Guarda questi che fanno!», e soprattutto di «Non ci credo!» di fronte al diverso modo di vivere e di pensare con cui ero costretta a fare i conti.

Eppure il «Non ci credo» più grande, anche se con un tono e un'accezione diversi, l'ho detto ogni giorno di fronte alla persona e all'operato, svolto in questi 49 anni lì a Suzana, di padre Giuseppe Fumagalli (a tutti noto come padre Zé). Rileggendo il mio diario trovo tante, tantissime volte la mia ammirazione per padre Zé e una domanda: «Chi e come glielo ha fatto fare?». Ed è lì, in quello sperduto villaggio nel mezzo dell'Africa, che pian piano le risposte sono arrivate: Dio glielo aveva fatto fare! E, come ci ripeteva spesso: «Non per forza, ma per amore!». Dio non poteva darmi segno più grande di padre Zé. E, insieme a lui, del carisma e della testimonianza di tanti altri missionari, padri e suore, incontrati negli spostamenti e nelle visite in Guinea Bissau.

padreze

Se dovessi dare un titolo al mio mese in missione, lo chiamerei con il nome del procedimento matematico che si impara alle elementari: "la prova del nove". La prova del nove per la mia fede! Penso di aver fatto esperienza concreta di un Dio che ama l'uomo a tal punto da suscitare il carisma missionario, da dare ad alcune persone la forza di giungere fino agli estremi confini della terra per annunciare un Vangelo di amore. Tornata a casa, la sfida più bella (altro che scarafaggi e caldo!): come posso portare il Vangelo nella mia vita, nella mia comunità, tra le persone che ho accanto e tra quelle che incontro ogni giorno? Gm2 è anche e soprattutto cercare risposta a questa domanda.

Tags: Guinea Bissau, giovani, Giovani e Missione, Testimonianze, Testimonianza, Africa

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