Lì, adesso, dove sei

di Mariachiara

Signore, dammi l’amore per il mio tempo, per la mia terra, per la mia gente.

Mi sembra ieri il giorno in cui dissi ad Anna, Agnese e, dopo qualche giorno, a Veronica, che non sarei potuta partire. Mi ricordo le loro facce dispiaciute, tristi e, forse, anche un po’ deluse. È ancora vivida l’amarezza che avevo nel cuore in quei giorni, insieme alla paura dei perché, dei per come, dei dove vai... No, io non vado.

Non so come ebbi la forza di stare ancora al gioco, in una partita che stava decisamente andando a mio sfavore, ma accolsi la sfida. Nonostante per me l’India sarebbe rimasta ancora lontana, avevo la certezza che io, quell’estate, una terra di missione l’avrei calpestata, annusata, toccata. E la cosa meravigliosa è che calpestando, annusando, toccando quella terra di missione, me ne sono innamorata. È stato un po’ come quando Gesù moltiplica i cinque pani e i due pesci: dalla prospettiva di un vuoto che in qualche modo avrei dovuto colmare per non farmi sopraffare dai rimpianti, mi sono improvvisamente trovata con in mano un paio biglietti di andata e ritorno, prima per Catania e poi per Napoli.

Durante il mese intercorso fra un’esperienza e l’altra, il timore e la delusione si facevano sentire, ora piano ora più forte, soprattutto quando arrivavano le prime foto dai miei compagni di cammino, ritratti mentre abbracciavano gente di terre lontane. Quelli sono stati tanto i momenti in cui più mi sono sentita persa, senza appigli saldi a cui aggrapparmi, quanto i momenti in cui ho sperimentato davvero la grazia del Signore. In quegli istanti mi sono sentita abbracciata, consolata, presa con delicatezza per mano e rimessa sul sentiero per andare avanti a camminare. Perché ce l’avrei fatta, Lui sapeva che ce l’avrei fatta.

Quei volti, quegli sguardi, quelle parole, quei sorrisi, quegli occhi, alcuni quieti, altri desiderosi di gridare… È nelle persone che ho incontrato, che ho assaporato il senso del rimanere nel mio Paese; la risposta ai perché che tanto cercavo non era dall’altra parte del mondo, ma talmente vicina da passare inosservata. In questa terra che ora sento ancora più mia, andare a sporcarmi le mani in realtà che ignoravo, o che conoscevo e non volevo vedere, è stata per me l’occasione di sbarazzarmi delle lenti che spesso costringono a rimanere chiusi sempre nella stessa stanza, a osservare sempre le stesse cose, a non ambire mai a obiettivi troppo grandi perché «chissà cosa potrebbe succedere». Andare a scoprire un po’ di più quei luoghi che tutto sembrano, eccetto terra di missione, mi ha permesso di allargare gli orizzonti, il mio sguardo sulla mia vita e sul volto di chi cammina a fianco a me.

Sono sicura che un giorno arriverà il mio turno di partire per un Paese lontano, ma la mia esperienza di quest’estate mi insegna che la missione non è tra bimbi scuri scuri con i denti bianchissimi, odori e sapori etnici e abitudini diverse: missione è aprire gli occhi, missione è accorgersi, missione è insieme, missione è mondo… proprio lì, adesso, dove tu sei.

A chi è approdato in "terra straniera" per trovare casa, a chi pur essendo a casa si sente "straniero". A chi ha cominciato ad aprire il cuore per riempirlo di cose grandi e ha compreso che per farlo bisogna imparare a lasciar andare.

Tags: italia, Giovani e Missione, Testimonianze, Campo di Impegno Sociale

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