Alla soglia della poesia

Ilaria De Regis, Bangkok, Thailandia 2013

«Non fermarsi alla soglia della poesia». Era l’unica cosa che avevo chiara prima della mia partenza per la Thailandia. Perché esiste una “poesia” della missione che a primo impatto affascina tutti: i sorrisi gratuiti, l’essenzialità, la gioia profonda nel mezzo del nulla. E le testimonianze di Giovani e Missione sono così abbaglianti, così gonfie di vita nel loro succedersi di bambini, colori, domande e risposte che a volte rischiano di dare l’ingannevole impressione di un’uniforme felicità. «Vai in missione, sarà bello, sarà vita piena, sarà gioia!». Alcuni di noi i primi giorni si sono proprio dovuti liberare da questo condizionamento: quello della “gioia obbligatoria”. Perché la vita di missione, anche per chi la sperimenta appena per un mese, non è fatta solo di quella poesia. Vi sono dei particolari momenti di grazia, come sempre, ma quello che giorno dopo giorno ci si ritrova a vivere è soprattutto normalità: una banale, tranquillissima, nient’affatto eccitante quotidianità.

E proprio questo è stato forse il dono più grande che la Thailandia mi abbia fatto: mettermi sotto gli occhi non una vita irraggiungibile ed idillica, una “felicità” che si sprigionava dal semplice fatto di essere in un posto speciale, e che solo in quel posto poteva avere luogo, bensì un’esistenza straordinariamente simile a quella che avevo lasciato a casa, un equilibrato impasto di luce e di ombra. Ciò che la rendeva speciale era il carattere con cui le “nostre” suore vivevano entrambe: la naturalezza piena di grazia con cui mostravano che una vita felice non è fatta di sola luce. Di solo bene. Di sola gioia. Perché se vuol durare una vita, e non solo un’istante, la nostra felicità deve esistere nella penombra. E lo sguardo di quelle suore riusciva a fondere tutto, ombra e luce, in una forma che potrei solo chiamare pienezza.

In Thailandia non mancherebbero i motivi per essere abbattuti. Quasi tutto è difficile: la lingua, il caldo, la cultura, i parrocchiani, i rapporti con i propri confratelli, l’evangelizzazione. Un’immagine tornava spesso nei discorsi dei missionari: il seminatore che semina generosamente senza vedere frutto. Figura che probabilmente sta particolarmente a cuore a chi spende la propria vita in un posto dove i cambiamenti sono impercettibili, e forse non si vivrà abbastanza a lungo da vederli. Una suora ha pianto con noi raccontando la sua fatica nel creare un gruppo di giovani in parrocchia. C’è il rischio della la frustrazione, della stanchezza e, naturalmente, della monotonia. Anche dall’altra parte del mondo, svanito il fascino della novità, la vita si innesta sulla ripetizione settimanale di attività semplici: appuntamenti in parrocchia, delusione perché al posto di venti persone all’incontro ne arrivano cinque, grande impegno profuso per timidi risultati. Non si salva una vita umana al giorno. Non c’è nessuna formula magica: la vita rimane, nei suoi elementi, un caos aperto a qualsiasi interpretazione.

Cosa fa, dunque, la differenza? Perché, senza esitare, potrei definire queste persone come autenticamente felici? La prima cosa che mi viene in mente, per quanto banale, è che la differenza non la fanno i contenuti, la fa una scelta. Le “nostre” suore hanno scelto di credere: hanno scelto che fra luce e ombra, sulla bilancia, la luce per loro peserà sempre di più. Hanno scelto lo sguardo di Dio, che valorizza il piccolo: il singolo individuo, gli esili passi in avanti, il buono che rimane in noi e attorno a noi e che avrà l’ultima parola. E hanno scelto il loro atteggiamento di fronte all’amalgama di bene e male nel mondo: hanno scelto un amore ostinato. Amare è una parola difficile, che sfiora il buonismo e il rassicurante. Ma questi missionari, che di amare un popolo hanno fatto il loro compito, mostrano quanto poco sia un verbo dolce e stucchevole, e quanto amare invece significhi spezzarsi le unghie contro la roccia, e insistere, e resistere, e mantenere uno sguardo limpido, e continuare a seminare anche quando la vita non ti germoglia incontro. Non è, in primo luogo, l’amore “eroico” di chi lascia tutto per lottare contro sfruttatori e povertà a fianco degli ultimi del mondo; è prima di tutto, come fondamentale base, l’amore di chi è capace di resistere a se stesso, ai propri dubbi, all’ombra che gli sta intorno, alla delusione che lo raggiunge anche dove non si aspetterebbe. È amare ostinatamente qualunque cosa la vita ti metta davanti: trovare tenacemente luce in tutto. Le nostre suore sembrano capaci di ricevere qualsiasi cosa entri nel loro campo visivo come dono del Signore per quel loro specifico istante. Non importa quanto sia imprevista, piccola o sgradevole: quella persona o quella cosa, esattamente quella che hai davanti agli occhi, è quella che sei chiamata ad amare in quel momento. Padre Paolo diceva che in quest’amore senza richieste trovava la sua realizzazione, la sua pienezza, la sua missione. E ci invitava a cercare di fare lo stesso: a prendere in mano la nostra felicità, a non lasciarla in balia delle circostanze esterne, del poco o tanto che riceviamo. Noi amiamo e il mondo è libero di rispondere. Ma il nostro amore basta a noi stessi.

Ecco perché la missione non cambia fra Thailandia e Italia: se così fosse, partire non avrebbe avuto senso, tutto Giovani e Missione non avrebbe avuto senso. Ma l’essenza della mia vita è rimasta la stessa: lo stesso miscuglio di bene e male. E la differenza fra il potermi dire titolare di una vita piena o meno, alla fine, mi sembra la faccia davvero la parte da cui scelgo di stare: lo stile che scelgo di avere. Perché tutti noi, probabilmente, abbiamo abbastanza motivi per dubitare, per stancarci, e anche per essere infelici. Ci sarà sempre abbastanza ombra da poter affermare, a ragione, che il mondo è ingiusto. E, probabilmente, ci sarà sempre abbastanza luce da poter ringraziare. Dipende da cosa si vuole valorizzare. Dipende se siamo disposti a dire che la nostra missione, la nostra pienezza, risiede nell’amare né più né meno quello che abbiamo davanti agli occhi, qualunque esso sia, indipendentemente dagli esiti.

La domanda cruciale è: ne vale la pena? Di credere, di amare? È questa fatica che può farci felici?

È guardando alla Thailandia che posso pensare che sì, ne vale la pena. Vale la pena rischiare e vale la pena spendersi. Vale la pena amare perché è l’unico modo di soffrire bene e la sofferenza è ineliminabile dalla nostra pienezza. E vale soprattutto la pena di continuare a seminare su quel campo, semplicemente perché nulla potrebbe appassionarti di più.

Tags: Thailandia

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