A ritmo del cuore

Martina Scarabelli, Phrae, Thailandia 2013

Tumtum-Tumtum-Tumtum… È questo il suono, o meglio la sinfonia, che le mie orecchie hanno avuto il piacere di ascoltare più frequentemente in questo lungo cammino: un battito che ha spesso dovuto accelerare per stare dietro agli scossoni e alle emozioni che incontro dopo incontro, passo dopo passo, hanno scandito il mio percorso.

É importante per me avere l’occasione di raccontarmi e raccontarvi quanto ho vissuto perché non credo che la mia vita, oggi, riesca a dire quanto di bello ho visto, quanto di meraviglioso questa terra mi ha mostrato e quanto la mia esistenza ne sia stata scombussolata. Vorrei raccontare di cosa c’è oltre le formiche rosse, il letto senza materasso e il bagno senza carta igienica; perché tutte queste belle cose sono divertenti e fanno tanto esotico, ma non dicono di come questa esperienza stia risuonando nella mia vita.

Le cose da dire sarebbero tantissime e scegliere quali raccontare e quali tacere è molto difficile. Non ti puoi innamorare della Thailandia con un colpo di fulmine perché non è una terra semplicemente diversa, è diametralmente opposta alla nostra. Finché non riesci ad accorgerti di questo sei perduto e questo Paese non ti darà niente. È una terra che ti richiede di togliere i calzari prima di entrare, di bussare con delicatezza alla sua porta e di imparare a stare sulla soglia per tutto il tempo che sarà necessario; è una terra in cui le modalità con cui hai sempre concepito l’amore, il ringraziare, il saluto, lo stare in una stanza, l’accoglienza non funzionano e fino a quando ti ostinerai a cercare tute queste cose per come le desideri tu, ti sentirai sempre escluso. I primi giorni sono stati molto duri per me: mi sono sempre immaginata la missione in una terra povera, con nulla intorno, un po’ alla “indiana Jones” con il coltello tra i denti; mi sono trovata invece nel centro per bambini disabili di Phrae: prato all’inglese, piante rigogliose, orchidee e fiori ovunque. All’inizio ho sofferto da morire per tutto questo. Ho fatto fatica a entrare in sintonia con i bambini, i silenzi degli inizi mi sono pesati in modo indescrivibile: guardare questi occhioni neri e non poter dire nulla mi distruggeva e così cercavo di riempire le distanze e il silenzio come sono abituata a fare nella mia vita: davo cose, un elastico per i capelli, una molletta, una caramella… Solo che quando questi doni sono finiti, il problema si è presentato più grande… E ora? Cosa faccio? Quando non ho più potuto dare niente di mio, ho dovuto dare me stessa e allora c’è stata una melodia tutta nuova. E mi sono accorta che quei silenzi erano meravigliosi; che stare a guardarsi, a sorridere, a inventarsi lingue inesistenti per ridere insieme era un gioco bellissimo; che una bambina percepiva la mia presenza senza doverla prendere in braccio, ma così, semplicemente, aspettandola alla fine di una scala scesa con tanta fatica.

Stare a Phrae significa anche cogliere tutta la tua inutilità, scoprire con gioia che il centro è meraviglioso e sta in piedi da solo anche se tu non lo reggi; significa vedere come la tua presenza non cambia le cose, ma che la presenza di altri può cambiare le cose per te. E allora vi devo parlare di Elena che è stata un dono bellissimo e inaspettato: è arrivata una sera a Phrae con il sorriso sulle labbra dopo una giornata di viaggio e quel sorriso non se l’è tolto più. Ha cambiato il mio modo di stare nel centro, la guardavo e non riuscivo più a chiedermi «Signore, perché qui?», semmai mi dicevo: «E perché non qui?». Girava per il centro con il suo dizionario italiano-thailandese sotto il braccio, non si faceva spaventare dalla lingua incomprensibile ma cercava delle relazioni e metteva una gioia e un’energia in tutto quello che faceva che non poteva non contagiarti. Seguivo il suo esempio e mi accorgevo che il centro era meraviglioso anche se non c’era la giungla come mi immaginavo; che la quotidianità che sempre rifuggivo era invece sorprendentemente arricchente e che sarei stata proprio una sciocca a farmi scappare dalle mani tutta quella bellezza. Elena non si limitava a stare nel centro, lei viveva davvero quella esperienza: in palestra non stava seduta con la schiena appoggiata al muro guardando il fisioterapista che lavorava, usciva e si tirava dietro Inho e i suoi 80 chili perché corresse più veloce; non passava tutta la mattina al laboratorio incollando stelline di Natale in silenzio, ma con il suo vocabolario guardava in faccia Ohi e le faceva domande, anche se instaurare quella conversazione richiedeva tanta fatica e tante pagine sfogliate febbrilmente.

E poi c’è Marco, il laico missionario che ha accolto me e le mie compagne di viaggio; come descrivere questa testimonianza di vita non so. Quando penso a lui mi vengono in mente tante immagini: un clacson suonato al confine della provincia di Phrae per un ultimo saluto, quasi a voler lasciare la propria firma nel vento thailandese; l’ultima mattina: una maglietta bianca sudata, la fretta della partenza, la velocità dei movimenti, gli occhi fissi sulle cose, una colazione troppo abbondante quasi a voler riempire il vuoto dello stomaco; un pomeriggio passato a mangiare patatine e coca cola con tre bambine del centro… «Questo non se lo scordano più!» ha detto; neanche io. Il suo fare un po’ rude ma allo stesso tempo pieno d’amore che sfrega la sua testa contro la tua perché non può abbracciarti, che ti mette a testa in giù perché non può darti un bacio. È l’amore di un uomo un po’ matto che mi porto a casa. Se dovessi racchiudere tutta la missione in un’immagine, la penserei così: Marco mentre stringe Cium fra le braccia in una delle ultime sere trascorse a Phrae. Lo teneva seduto sulle ginocchia, con la mano sinistra gli cingeva la vita, con la destra gli stringeva una mano. Il mento si appoggiava al capo del bimbo, i suoi occhi erano socchiusi. Mi sono immaginata che in quel momento stesse assaporando il profumo di quei capelli per imprimerli nella memoria e non scordarseli più; mi sono immaginata che stesse stringendo al suo petto tutto il centro St. Joseph, tutta Phrae, tutta la Thailandia, tutti i suoi ultimi 12 anni di vita. Mi sono immaginata che tutta la gioia, le lacrime, la fatica, i successi di quegli anni stessero lì, sulle sue ginocchia, e che volesse farli ancora più suoi. Mi sono immaginata che in quei mesi Marco avesse gridato e pianto lungamente per quell’incarico che gli strappava dalle mani la sua vita. Ma poi mi sono accorta che c’era determinazione nei suoi occhi e che, nonostante il dolore immenso, sarebbe andato avanti. Mi sono accorta che per quanto avesse costruito lui quel centro, nulla di esso riteneva suo e che la sua Fede era il suo motore. E ho capito che non si sarebbe fermato mai perché la sua vita parlava di Dio e Dio muoveva i suoi passi. Mi sono accorta che l’unica debole in quella stanza ero io e che il mio sguardo poteva aggrapparsi con più tenacia delle sue mani a quel mondo in cui, inaspettatamente, mi ero sentita figlia dopo anni e da cui non me ne sarei più voluta andare.

Tags: Thailandia, Giovani e Missione, Racconto, Viaggio

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  • 03/27/2017
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