Tra radici e futuro

Andrea Zaniboni, responsabile Educazione alla mondialità, Centro Pime Milano

«Nella vita occorre avere sempre chiara la meta del proprio viaggio, l’opzione fondamentale, il resto è relativo. Non è mai un problema impantanarsi, l’importante è saper ripartire».

Queste parole non le ho mai dimenticate da quel lontano 1997 quando, poco più che ventenne, partecipai all’esperienza di Giovani e Missione rimanendo per circa un mese in Guinea Bissau presso le missioni del Pime insieme ad altri giovani.

Le pronunciò padre Pedro Zilli, il missionario che ci fece da guida in quel viaggio, oggi vescovo di Bafatà, mentre si adoperava a tirar fuori la jeep da una pozza di fango che ci impediva di raggiungere la nostra destinazione. Forse padre Pedro non sapeva di avermi dato un consiglio molto prezioso per la mia vita, che non ho mai dimenticato, mentre studiava come tirar fuori quelle due ruote posteriori dalla palta. In missione c’è spesso un dialogo vitale tra ciò che accade e le pareti sensibili dell’anima e se non sei del tutto sordo spiritualmente tali risonanze ti raggiungono nei momenti più impensati, aprendoti nuovi orizzonti interiori.

Quando mi è stato chiesto di tornare con la memoria a quell’estate africana mi è venuto istintivo riguardare le fotografie di allora. Con mia sorpresa ho constatato che quelle immagini non sono nitide come i ricordi, gli episodi e i vissuti che quella esperienza ha impresso nella mia coscienza. Ho ritrovato scatti piuttosto stereotipati, preoccupati di testimoniare un entusiasmo acerbo se pur verace: i sorrisi di mille bambini, le pose un po’ forzate davanti alle capanne di paglia, le barbe dei missionari (gratificazione dell’immaginario collettivo una volta rientrati a casa), gli abbracci solidali con degli sconosciuti, amici intimi anche solo per un giorno.

La sostanza in quelle foto non si vede. Essa abita più in profondità, dove si intrecciano misteriosamente le trame dell’esistenza di ciascuno.

La missione, infatti , come poche altre cose nella vita, scrive sul cuore. A noi spetta proseguire il discorso, aggiungere qualche virgola, ricorrere magari a qualche parentesi nei momenti in cui siamo più aridi, ma non ci è permesso mettere il punto a capo. La missione è e rimane sempre un discorso aperto.

Dopo quasi vent’anni da quella esperienza missionaria, se guardo indietro e ripercorro quello che è accaduto nella mia vita, non credo sia difficile ritrovare alcuni intrecci curiosi, incroci che messi uno di fianco all’altro costituiscono una specie di cantus firmus, una melodia di base su cui si è sviluppata nel tempo una composizione polifonica fatta di interessi, passioni, scelte lavorative, famigliari e solidali che quel mese in Guinea Bissau ha contribuito a generare ed alimentare nel tempo.

Ad esempio grazie alla nascita dell’Ufficio Educazione Mondialità, il Pime da quindici anni è per me anche un luogo di lavoro, dove posso tentare ogni giorno di coniugare le competenze professionali con i valori in cui credo. Negli anni mi sono sposato con Rachel, una “straniera”, e le mie figlie vivono quotidianamente sulla loro pelle l’appartenenza a una Famiglia Umana un po’ più allargata. Ho diversi amici in missione, sparsi per il mondo, e la loro fede sono certo sia un dono prezioso anche per me, perlomeno nel costringermi sempre a una preghiera dagli orizzonti ampi. 

Mi sono dunque persuaso, senza forzature, che la fiamma accesa dal cammino di Giovani e Missione abbia portato alla mia esistenza molti doni, di cui alcuni, certamente, ancora da scoprire. La mia vita sarebbe stata più povera senza i discorsi appassionati di padre Massimo Casaro che ci preparava alla partenza facendoci riscoprire il valore e il bisogno dell’altro (anche con la A maiuscola), senza le massime di padre Maurizio Fioravanti, che chiamavano scherzosamente “papà” per come ci svezzava in terra di missione («Ricordati che Gesù non è venuto sulla Terra a salvare solo l’anima, ma tutto l’Uomo, anima e corpo», ci ripeteva), senza la carità vista in azione (ricordo le lacrime quando leggemmo in famiglia le lettere di padre Davide Sciocco sulla grave crisi umanitaria generata dalla guerra civile scoppiata in Guinea Bissau poco dopo il nostro ritorno in Italia).

La missione ha scritto sul mio cuore e nel farlo ha generato radici ed entusiasmo per il futuro. Per questo, quando ripenso a quel lontano 1997, avverto sempre una immensa gratitudine.

Tags: Milano, Giovani e Missione, Discernimento

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