Fetullah Gulen e il dito puntato di Erdogan

Non era ancora chiara la sua sorte questa notte e – nel mezzo del tentato colpo di Stato – il presidente turco Erdogan puntava già il dito in una direzione precisa: il predicatore islamico Fetullah Gulen e il suo movimento. Quello stesso volto dialogante dell’islam turco del quale lui stesso era stato simpatizzante e alleato; fino alla clamorosa rottura, nel generale rimescolamento delle alleanze portato dalla guerra in Siria, che ha portato le strade di Erdogan e Gulen a divergere radicalmente. Con il primo, sempre più insofferente di fronte a ogni potenziale antagonista, arrivato a far chiudere addirittura Zaman, il quotidiano controllato dai gulenisti, reo di aver denunciato i rapporti ambigui del presidente turco con l’Isis.

Di fronte alle accuse di questa notte Gulen e il suo movimento hanno negato ogni collegamento con il tentato colpo di Stato. “Fetullah Gulen e i membri del movimento Hizmet – hanno scritto in una nota – per più di 40 anni hanno sostenuto e dimostrato il loro impegno per la pace e la democrazia. Abbiamo ripetutamente denunciato gli interventi militari nella politica interna. Siamo preoccupati per la sicurezza e l’incolumità dei cittadini turchi e di coloro che si trovano in Turchia in questo momento. Sono estremamente irresponsabili i commenti degli ambienti pro-Erdogan sul movimento Hizmet”.

Nato nel 1941 a Erzurum, nel Sud-est della Turchia, figlio di un imam, Fethullah Gülen compie studi islamici ispirandosi in particolare al pensiero del mistico e riformista Said Nursi e dei mistici turchi del XIII secolo Rumi e Yunus Emre. Già negli anni 70, a Smirne, organizza campi estivi dove si insegnano i principi della religione, dando vita alle prime reti di case per studenti, le “case della luce”. Imam e predicatore in diverse moschee turche, vede nascere intorno a lui un movimento oggi diffuso sia in patria (almeno un milione gli adepti) sia nel resto del mondo, molto attivo nella società civile e in particolare nel mondo dell’educazione, della carità ma anche delle imprese. Tra i capisaldi del pensiero di Gülen – autore di più di 60 libri sulla fede musulmana e sul dialogo interreligioso – la formazione di un «islam moderno turco». Inviso ai secolaristi, nel 1998 il Consiglio di sicurezza nazionale lo condanna per «il tentativo di minare il sistema laico del Paese» e da allora vive in esilio volontario negli Stati Uniti. Continua a tessere una rete a cui fanno riferimento oltre 300 scuole in Turchia e varie centinaia all’estero (dalla Tanzania agli Usa, dalle Filippine alle ex Repubbliche sovietiche), una banca, mass media ed enti di beneficenza: un vero e proprio impero finanziario che secondo alcune stime varrebbe alcuni miliardi di dollari.

Nonostante sia stato considerato da alcuni una personalità controversa, molti intellettuali, diplomatici ed esponenti religiosi in tutto il mondo promuovono le idee di Gülen per il suo impegno per la pace e il dialogo interreligioso. Nel ’98 Giovanni Paolo II lo ricevette in Vaticano. Dopo l’11 settembre fu il primo teologo islamico a condannare il terrorismo. Nel 2008 i lettori di Foreign Policy e Prospect lo elessero «l’intellettuale più influente del mondo».

Nel giugno 2012 Chiara Zappa aveva intervistato su Mondo e Missione il teologo Ahmet Muharrem Atig, uno dei leader dell’Hizmet. Parlava della visione del mondo di Gülen e del suo movimento. “La nostra organizzazione opera per guarire le ferite e per creare ponti tra religioni e culture – spiegava -, secondo il principio che siamo prima umani, poi musulmani. La nostra ispirazione è la convivenza esistita in passato, in particolare durante l’impero ottomano, ma anche le radici comuni delle tre religioni abramitiche”.

Leggi qui l’intervista completa www.missionline.org/index.php?l=it&att=4754

Tratto da Mondo e Missione