Dallo Yemen alla Cina il mondo di Madre Teresa

“Se lei fosse qui ad ascoltarci io credo che ci direbbe: perché continuate a parlare di me? Smettetela e andate a fare qualcosa per i poveri”. La conosceva bene Madre Teresa l’arcivescovo di Mumbai Owslad Gracias. Ne conosceva bene anche l’allergia ai discorsi su di lei e la ricorda in questi giorni in cui – inevitabilmente, in occasione della sua canonizzazione – i racconti si moltiplicano. Eppure è proprio la voce dei poveri, da una parte all’altra del mondo, a parlare di lei e delle sue suore superando ogni barriera. Ed è quanto è successo anche all’Università Urbaniana a Roma in occasione del Simposio “Madre Teresa. La misericordia per l’Asia e per il mondo” promosso da AsiaNews in occasione di queste giornate che culmineranno domenica nel rito in piazza San Pietro.

Ci sono sister Prema, la superiora delle Missionarie della Carità, e padre Brian, il postulatore che ha seguito la causa che la porta all’onore degli altari, a tratteggiare oltre l’icona il profilo più vero, profondamente missionario di Madre Teresa. A partire dalla sua ansia di raggiungere tutti: “Nessun viaggio per lei era troppo duro pur di dare a Gesù un nuovotabernacolo, come chiamava lei le nostre case – ricorda sister Prema -. Ci diceva: se ci sono dei poveri sulla Luna voglio andare anche da loro”. Tabernacoli – aggiunge padre Brian – “perché per lei e le suore pulire e asciugare i visi, i capelli, i piedi dei ragazzi più poveri nelle strade di Calcutta, spesso superando l’istintivo moto di disgusto, significava prendere Gesù nelle proprie mani, come la Madonna”.

L’Eucaristia e il servizio ai poveri: sono i poli della cristologia fondamentale per capire davvero Madre Teresa. “La missionaria che non ha conosciuto la contrapposizione tra la sacramentalizzazione e l’impegno per la giustizia, che ha segnato tante discussioni nel post Concilio sulla missione”, annota padre Bernardo Cervellera. Ma anche la chiave per ascoltare le testimonianze più sofferte sull’oggi delle suore con il sari bianco bordato di azzurro. Ad esempio quella che al convegno ha portato il vicario apostolico dell’Arabia Meridionale, mons. Paul Hinder, il vescovo delle quattro suore uccise nel marzo scorso nello Yemen. È venuto a Roma a raccontare che la sofferenza di questo Paese non è affatto finita: le stesse Missionarie della Carità, dopo Aden, sono state costrette ad abbandonare anche un’altra casa a Taiz, che si trovava proprio nel mezzo tra le due fazioni che si combattono, riducendo alla fame 7 milioni di persone. Restano a Sanaa e a Hoidedah le suore di Madre Teresa, ma restano con una forma di povertà per loro particolarmente dolorosa: da mesi sono proprio senza l’Eucaristia. “L’ultimo sacerdote rimasto era padre Tom, rapito e di cui non abbiamo più notizie”, racconta il vicario apostolico. “C’è un altro prete che sarebbe pronto a partire anche subito, ma non c’è modo di farlo arrivare là”. Tornano alla mente altre sofferenze, come quelle ricordate al Simposio dal cardinale Fernando Filoni, oggi prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ma nel 2004 nunzio a Baghdad scossa dalla guerra. “Ricordo il giorno in cui piazzarono un’autobomba davanti alla casa in cui le suore si prendevano cura di 25 ragazzi disabili – racconta -. Quel giorno fu un suo miracolo se restarono illesi”.

Sofferenza e speranza, come succede da sempre intorno alla Madre. Il cardinale Gracias racconta di come l’India si appresti a vivere la giornata di domenica: “Ci saranno anche medici non cristiani che andranno a servire i più poveri nel nome suo. I miei amici indù si stupiscono e mi dicono: ma perché tutte queste procedure complicate per proclamarla santa? Per noi lo era già…”. Ma il segno più bello forse viene dalla Cina; a sbilanciarsi in questo senso è padre John Worthley, sacerdote americano docente in alcune università cinesi che accompagnò Madre Teresa nelle sue visite a Pechino e Shanghai con il desiderio grande di aprire anche lì una casa delle Missionarie della Carità. Padre Worthley ricorda le sofferenze della futura santa per le speranze andate deluse; alcuni rinvii arrivarono proprio all’ultimo momento. E lei soffrì molto per questo. Ma oggi lui ne è sicuro: nei passi verso l’accordo tra la Cina e la Santa Sede di cui tanto si parla in queste settimane c’è la mano di Madre Teresa: “Questa riconciliazione era il suo grande sogno per il quale ha offerto tante sofferenze”. E un segno concreto è già presente qui a Roma per questa canonizzazione. Perché, è vero, in Cina le Missionarie della Carità non hanno ancora potuto aprire una casa (nonostante un invito formulato formalmente dal vescovo di Qindao, che dal 2005 resta sospeso). Però intanto è successo un altro fatto: autonomamente in Cina nel 2010 è nato un terz’ordine che si ispira a Madre Teresa. “E oggi – racconta padre Worthley – conta già diecimila aderenti, si è diffuso in dodici diocesi e tre province della Cina”. Dodici di loro – tra cui la fondatrice Li Baofu – sono venuti a Roma per la canonizzazione e sono presenti in sala all’Urbaniana. Indossano una cappa e un velo – ovviamente bianco e azzurro – che assomigliano a un cielo in cui le nuvole si diradano. Una primizia per la Cina di domani?

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