Missione Misericordia: Consolare gli afflitti

 

In mezzo alla baraccopoli all'estrema periferia di Bangkok, dove padre Adriano Pelosin ha aperto la Casa della Misericordia: «Solo chi si sente peccatore non ha paura dell'amore di Dio»

 

Come vivi in missione questo aspetto della Misericordia?

Qui a Wat Sake, nel nord di Bangkok, abbiamo aperto nel 2014 la "Casa della misericordia". A frequentarla è la gente che abita queste baraccopoli, attraversata da immense ferite. Ad esempio qui vivono tante nonne con i nipotini piccoli di cui devono farsi carico, perché i genitori sono in prigione oppure tossicodipendenti o malati di Aids. Ci sono anche tante persone che hanno subito gravi ingiustizie: ho in mente una vedova che ha perso un figlio in un incidente stradale e si è vista portare via tutto il risarcimento dall'avvocato a cui si era affidata... Quando si è poveri è facile essere anche vittime di ingiustizie.

 

Che cosa fate per queste persone?

Ci prendiamo cura di loro: stiamo coi ragazzi, li portiamo a incontrare i loro genitori in carcere o all'ospedale. Abbiamo anche ricostruito una ventina di case, per alcune di queste famiglie. Ci adoperiamo per fornire un po' di assistenza legale a chi ne ha bisogno. E poi ci ritroviamo con alcune di queste persone a leggere il Vangelo, una volta alla settimana. Siamo una ventina di persone, attraverso la Parola di Dio cerchiamo di scoprire insieme che cos'è la misericordia.

 

Consolare queste persone, aiutarle, quali cambiamenti produce? Puoi raccontarci qualche episodio?

I cambiamenti li vediamo nella vita delle persone: tante zavorre di male cominciano a cadere. Ad esempio stanno imparando a perdonarsi di più tra di loro: prima, in un ambiente così segnato da tante ferite, c'erano sempre cose da rinfacciarsi. Anche i nostri incontri a volte finivano in litigi... Non è facile liberarsi dal passato; ma a volte vedi che succede e a quel punto la loro vita rinasce. Un altro segno molto bello è vedere queste nonne cambiare nel rapporto con i loro nipoti: prima li guardavano come un peso e basta, bambini che si ritrovavano sulle spalle da mantenere, capitava anche che li trattassero male e questo era davvero molto doloroso. Riconoscendosi amate, invece, imparano di nuovo loro stesse ad amare. E poi ci sono le storie del tutto singolari, come quella di David: è un iraniano, figlio di un generale, ha anche combattuto in Libano. Ne ha passate di tutti i colori finché è arrivato qui in Thailandia e in questo suo percorso travagliatissimo ha incontrato Gesù: oggi lavora con me al servizio di queste persone e - dopo aver ricevuto il battesimo - studia teologia, per conoscere sempre più a fondo questo Dio che ci ama.

 

L'inizio del Giubileo della Misericordia può dare uno slancio al tuo operato e alla tua fede? Il Papa parla spesso di misericordia: c'è una sua frase nella quale ti riconosci?

Il Giubileo della misericordia e tutto quanto papa Francesco sta proponendo nel suo magistero su questo tema, sono un grande incoraggiamento per noi qui. La misericordia è il volto attraverso cui Dio si fa conoscere a tutti. E la missione è proprio questo: provare a riconoscere e a mostrare questa abbondanza d'amore soprattutto a coloro che non si sentono voluti, amati o compresi da parte della società. Essere destinatari di questo amore gratuito che Dio stende su tutti.

 

Padre Adriano, ma che cosa cambia nella vita di un missionario quando lui stesso impara a riconoscersi come un uomo perdonato?

È la mia storia personale. Fu durante un ritiro spirituale, un mese ignaziano di esercizi negli Stati Uniti: mi resi conto che tutto l'impegno che io missionario mettevo per osservare le regole intorno a cui avevo costruito la mia religiosità era solo una maschera. Inseguivo la religione della legge, guardavo a Dio come a un giudice che si aspetta da me la perfezione. Ma poi - quando mi guardavo dentro - vedevo tutta la mia miseria e questo generava un conflitto profondo. Ci stavo male, vedevo la contraddizione tra la legge e l'amore. Ed è stato allora che ho sentito chiara la voce di Dio che mi diceva: "Io ti amo con i tuoi peccati". È stato un momento particolarissimo. Ho sentito che dovevo cambiare, dovevo accogliermi davvero come un peccatore amato e partire da lì vivere la mia vocazione. E non è stato affatto facile.

 

Si può avere paura anche della misericordia?

La misericordia la può accogliere solo chi si sente peccatore. Gli altri non sanno nemmeno che cos'è. Ma ciò che da missionario ho scoperto è che i poveri sono quelli che hanno meno paura della misericordia. Tra gli ultimi, tra quelli che sono più immersi nelle situazioni di debolezza, c'è più disponibilità ad accogliersi così come si è, senza maschere, senza condanne da pronunciare. Con loro - qui nelle baraccopoli dell'estrema periferia di Bangkok - ho cercato di vivere la mia vita di missionario facendo proprio della misericordia la guida del mio cammino. Non tanto a parole, ma con i gesti, accogliendo tutti questi fratelli con comprensione e affetto.

 

Nel contesto in cui vivi in Thailandia sono quasi tutti buddhisti: che cos'è per loro la misericordia?

In questa cultura non c'è il senso della misericordia. Nella visione buddhista il peccato ti porta comunque alla legge del kharma. È un male dal quale non può venire nulla: mi devo semplicemente rassegnare, sapendo che alla prossima rinascita dovrò patire tanto, fare penitenza per scontare le colpe commesse nella vita precedente. Dire: "io ti amo con i tuoi peccati" qui diventa un messaggio rivoluzionario, che rompe completamente questa logica. Diventa una forza di liberazione.

Asia
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Tags: Thailandia, missione, misericordia

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