Missione Misericordia: Seppellire i morti

 

“Il grande albergo” è il nome popolare delle Funeral Homes in Hong Kong. Palazzi divisi in saloni e salette dove si celebrano i riti funebri di diverse religioni. La cenere delle sculture e delle offerte di carta per i riti Taoisti si attacca ai muri e ai polmoni. All’interno ogni colore diventa una sfumatura di grigio. Al “grande albergo” ci vai per il dovere di accompagnare un parente, per stare vicino a un amico, per quella necessità che alla fine tocca tutti; ma non ci vai volentieri. Teddy partecipa per la prima volta a un funerale cattolico di una persona che nemmeno conosce; accompagna un amico. Sperimenta una pace che lo stupisce, si sente bene. Non sa se sono le preghiere, le parole della liturgia, i canti o tutto l’insieme. Sa che quello è l’ultimo posto al mondo dove si sarebbe aspettato di sentirsi così. S’informa, s’iscrive al catecumenato insieme alla moglie e due anni dopo riceve il Battesimo. Sceglie di entrare nel gruppo parrocchiale che fa servizio per i funerali. Frequenta “grandi alberghi”, crematori e anche gli obitori degli ospedali. Luoghi da cui i suoi amici stanno più lontano possibile. Luoghi frequentati spesso solo da quelli del mestiere. Adesso lui, insieme ai suoi nuovi fratelli e sorelle, ci va gratis. Si avvicina alla sofferenza di persone che la maggior parte delle volte non ha mai conosciuto prima. Fa questo servizio perché ne sente il significato profondo. Il Signore che ha conosciuto entra nella sofferenza più profonda, porta consolazione e spalanca una porta sulla vita per sempre. Non ci si abitua alla morte. Non ci si abitua alla sua violenza nel portarti via tutto, alla sua ingiustizia, alla paura. Non si abitua nemmeno Teddy, ma ora sa che non è un caso che proprio al “grande albergo” ha provato pace; che in un luogo pieno di miseria e sofferenza si è sentito bene. Quella pace ha un’origine precisa. Un’origine che ha un Nome. In quel Nome Teddy fa un servizio semplice; ridendo dice che gli costa poco e ha un significato profondo. Il suo Signore certamente si può incontrare in ogni luogo, però nei “grandi alberghi” di Hong Kong ha una tenda fissa.

La signora Chu ha un fisico provato dalla sofferenza: la colonna vertebrale pare una coppia di tornanti e tutto il corpo ne paga le conseguenze. Ha un volto serio, due occhi che parlano e un sorriso dolcissimo. È bello guardarlo quel volto. Un marito, due figli e una suocera di ottanta anni che va a nuotare tutti i giorni e che le vuol bene come a una figlia. Mi chiama “padre” e mi tratta come un figlio. Ha un senso dell’umorismo spontaneo. Porta la Comunione agli ammalati: ha i suoi clienti fissi e anche alcuni saltuari. Sa prima di me quando qualcuno è caduto a casa o deve fare un’operazione o non può partecipare alla Messa per altri motivi. Mi chiede se può portare la Comunione ai nuovi clienti e se vado con lei a visitarli. Me lo chiede con rispetto, sapendo bene che non avrei mai il coraggio di dirle di no. In comunità fa molte cose: è una di quelle che c’è sempre, ti dice quello che pensa con umiltà, ti fa capire se stai sbagliando o se devi correggere il tiro in certe situazioni, senza fartelo pesare. La vado a trovare in ospedale prima di un’operazione e scopro che sa già tutti i nomi delle sue compagne di stanza. Dopo una settimana esce dall’ospedale ringraziando il medico e il Signore. Ha una fede semplice e spessa. Ti vuole bene e anche tu le vuoi bene.

La signora Chu fa anche parte del gruppo di servizio per i funerali. Il rosario che si prega prima della veglia serale al “grande albergo” lo guida spesso lei. Quando capita di dare l’ultimo saluto ai suoi clienti o agli anziani che conosce, si commuove, non piange, ma il suo volto ti ricorda che non tutte le partenze possono essere vissute allo stesso modo. Non ci si abitua alla morte e il nostro cuore non si avvicina alla sofferenza sempre nello stesso modo. Quando suo marito muore di tumore, la signora Chu prova dolore per se stessa e per la suocera che vede partire prima di lei il secondo figlio. La comunità le si stringe attorno e lei ci racconta dell’arcobaleno. Tornata a casa dall’ospedale con i figli, alla fine del Rosario e del temporale, ha visto l’arcobaleno dalla finestra di casa sua per la prima volta. Mi dice che glielo hanno regalato il Signore e il signor Chu. La guardo in volto e ci credo.

L’ultima volta che vedo la signora Chu viva, non mi parla e non mi sorride. Entra di urgenza all’ospedale per un ictus, arrivo che è incosciente, va da suo marito in fretta. Lascia un buco immenso nella comunità. Questo buco facciamo fatica a riempirlo. Non per i servizi che faceva, per quelli si trova chi la sostituisce in fretta. Il vuoto da riempire è nei cuori. Proviamo la sofferenza della perdita, l’ingiustizia della morte, la violenza che ci ha portato via una persona preziosa. Non abbiamo bisogno di avvicinarci alla sofferenza della famiglia, ci siamo già dentro. Abbiamo bisogno di essere consolati insieme ai figli e ai nipoti.

La sera, al “grande albergo” la signora Chu ci guarda dalla foto sul muro. Seria e dolce. Preghiamo insieme, ricordiamo la sua vita, la affidiamo alle mani del Signore. La pensiamo insieme al marito nel cuore dell’amore del Signore: un amore capace di entrare nella nostra miseria umana, nella nostra fragilità e debolezza. Ringraziamo il Signore per avercela regalata, nessun arcobaleno sarà più banale dopo averla conosciuta.

Tags: Cina, missione, misericordia, Hong Kong

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