Missione Misericordia: Visitare i carcerati

 

Originario dello stato indiano dell'Andhra Pradesh, dopo aver frequentato il seminario del Pime a Tagaytay nelle Filippine,  padre Suresh è stato ordinato nell'estate del 2011. Il Nord del Brasile è la sua prima destinazione. Oggi si trova a Manaus dove partecipa alle attività della parrocchia di Largo Marechal Deodoro e si impegna nella pastorale carceraria.   

 

Come vivi in missione questo aspetto della Misericordia?

Il mio primo incontro con la realtà carceraria è avvenuto nelle Filippine. Padre Giovanni Tulino mi ha portato alla prigione di Manila, dove tra i tanti detenuti, mi ha presentato un uomo che stava scontando una pena per omicidio. Dopo un primo scambio di battute, il prigioniero mi avanzato una richiesta alla quale ho sentito la necessità di rispondere immediatamente: «Suresh, puoi venirmi a trovare ancora settimana prossima?». Il mio «sì» si è concretizzato sette giorni dopo quando ho varcato nuovamente la porta della sala colloqui in ricerca di quel detenuto. Pieno di lacrime e incredulità, questo prigioniero appena mi ha visto si è avvicinato dicendomi: «Erano sei anni che nessuno veniva a trovarmi. Non ci conosciamo nemmeno, eppure tu oggi sei venuto qui per me». Da quel giorno non ho mancato nessun appuntamento. Ho capito che il mio futuro sarebbe stato accanto ai detenuti, in qualsiasi continente il mio essere missionario mi avrebbe portato.  Non conoscevo quell'uomo, l'avevo visto una sola volta ma lo sentivo così vicino da chiamarlo fratello. Il mio ministero nelle carceri è cominciato così. Nei 4 anni che ho trascorso accanto ai detenuti di Manila, ho avuto la straordinaria possibilità di vivere un intero mese all'interno del carcere condividendo la mia vita e il tempo con i prigionieri. Ero con loro e vivevo come loro. È stata un'esperienza di umanità e Misericordia eccezionale.

Dopo l'ordinazione sono stato inviato nel Nord del Brasile, in particolare a Parintins. Dovevo imparare la lingua e darmi da fare in parrocchia, ma non sono riuscito ad accantonare le carceri. In quella diocesi non c'era la pastorale carceraria, così ho chiesto al vescovo di potermi impegnare in questa attività. Ricevuto il «sì», ho cominciato ad organizzarmi. Coinvolgendo i giovani della parrocchia, abbiamo iniziato a portare ogni settimana in prigione libri, vestiti, sapone e dentifricio. Alla nostra visita era poi legata la celebrazione della Santa Messa e il momento dedicato alle chiacchiere con i detenuti. Il mio desiderio era proprio quello di creare un vero e proprio accompagnamento spirituale in cella. Affiancato al nostro appuntamento in carcere, c'era poi la visita alle famiglie dei carcerati che pur non essendo rinchiusi in prigione, vivevano la realtà della detenzione in modo molto forte e vicino. Oggi sono a Manaus e sto cercando di attuare lo stesso piano. A Parintins è rimasto il gruppo di volontari che abbiamo costituito e le visite ai carcerati non sono cessate neanche quando sono andato via.

 

Puoi raccontarci un episodio legato a quest'opera di Misericordia?

C'era una signora di Parintins che frequentava spesso la parrocchia. Suo marito era in carcere da diverso tempo, ma lei non era mai andata a trovarlo. Paura, vergogna, assenza di Misericordia e perdono... I motivi erano molti. Conoscendo la mia attività tra i detenuti, un giorno questa signora si è fatta avanti chiedendomi: «Padre Suresh, come fai a visitare i carcerati ogni settimana? È una cosa molto difficile». In modo semplice le ho detto: «Non sono io che faccio queste cose, ma Gesù. Io lascio solo che le sue opere si realizzino anche tra le sbarre. "Lo Spirito del Signore mi ha mandato per annunciare la liberazione ai prigionieri" (Lc 4,18-19)». Quella signora, poco tempo dopo, è riuscita a varcare la porta della prigione e a visitare finalmente il marito.

Molto più complessa, invece, è la situazione che ho dovuto affrontare il primo settembre del 2014. Nel carcere di Parintins, due fazioni di detenuti hanno avviato una sanguinosa rivolta. Un prigioniero è stato decapitato e il suo corpo bruciato, le guardie erano scappate, la situazione era completamente fuori controllo. Le istituzioni non sapevano come muoversi finché i detenuti non hanno fatto il mio nome. Volevano parlare con me, mi avevano scelto come mediatore. Io stavo in parrocchia e quella telefonata mi ha scosso molto. Non sapevo cosa fare, molti parrocchiani mi sconsigliavano di andare. Era troppo pericoloso. Poi però mi sono accorto che se non avessi accettato, tutto il mio operato, tutti il mio ministero avrebbe perso di senso. Così mi sono fatto coraggio e ho varcato la soglia del carcere. I detenuti non riuscivano a guardarmi negli occhi. Sembrava che dopo tutto quello che avevano fatto provassero vergogna e disagio a mostrarsi a me. Proprio in quel momento ho capito come la stima e il rispetto che io avevo avuto nei loro confronti, mi fossero ridati in maggior quantità: il mio lavoro non era stato vano. Chi ha compiuto quei terribili atti di rivolta si è confessato. La mediazione ha avuto successo e l'ordine è stato riportato. Quella notte però non sono riuscito a dormire.

 

L'inizio del Giubileo della Misericordia può dare uno slancio al tuo operato e alla tua fede? Il Papa parla spesso di misericordia: c'è una sua frase nella quale ti riconosci?

Il Papa durante il suo ministero ha più volte visitato i carcerati. Questo è un chiaro esempio di Misericordia e speranza da cui ognuno di noi può imparare. Attraverso questo Anno Santo, il Pontefice non fa altro che confermare e arricchire la mia missione. Mi motiva nel lavoro e mi ricorda di essere ogni giorno un portatore di Misericordia. Mi piace ripetere che io non porto Gesù in carcere, ma è Gesù che esce dal carcere attraverso di me. I primi effetti positivi già si vedono: proprio qualche giorno fa, il direttore del carcere di Manaus mi ha chiesto se desidero celebrare la Messa di Natale per tutti i detenuti. Una richiesta insolita che mai mi sarei aspettato da un uomo non credente. Sempre poco tempo fa, una famiglia della parrocchia ha deciso di occuparsi dei tre figli di una donna che è in carcere per spaccio di droga. Senza di loro, solo la strada li avrebbe potuti accogliere. È commuovente vedere il più piccolo tra le braccia dei fratelli quando il fine settimana vanno a trovare la madre.

 

E tu? Hai vissuto la Misericordia sulla tua pelle?

Come prete vivo ogni istante la Misericordia. Dopo l'episodio della ribellione dello scorso settembre, il gruppo di visita settimanale si è più che dimezzato. Molti genitori non permettono più ai giovani volontari di continuare a vistare le carceri perché troppo pericoloso. Una signora dopo quell'evento mi ha anche telefonato per chiedermi in tono arrabbiato perché continuassi a lavorare con i prigionieri che tanto sono solo «animali» invece di occuparmi delle persone realmente bisognose. Io continuo a ripetere i versetti del Vangelo di Luca: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Lc, 6.37-38). Sono poi gli stessi prigionieri a incoraggiarmi: «Di' alla gente là fuori che noi non siamo animali ma persone. Se tutti continuano a trattarci come bestie lo rimarremo. Noi vogliamo cambiare». Ascoltando, dando attenzione, confessando, interessandomi offro loro questa opportunità. In cambio ricevo le medesime cose perché anche io ho bisogno di Misericordia. 

Tags: missione, misericordia, Brasile

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