La vera natura dell’accoglienza

 

di Camilla Airoldi

 

Ho sempre pensato che per dare una mano a chi aveva bisogno sarei dovuta andare fuori dal mio Paese. Ma il vero bisogno alla fine l’ho scoperto qui, a casa. Vivo a Tradate, studio in Università Cattolica e ho un part time come educatrice. Da anni sento la spinta all’aiuto verso il prossimo, e per questo ho seguito il cammino di “Giovani e Missione” del Pime, che nel 2012mi ha portata in Brasile.

Un paio d’anni fa ho iniziato a lavorare come volontaria proprio a Tradate, in un centro di accoglienza per migranti che accoglie un centinaio di ospiti. Qui una cinquantina di volontari organizza alcune attività, che comprendono l’insegnamento dell’italiano e un accompagnamento legale. Io ho gestito una piccola biblioteca e organizzato cene africane, doposcuola multietnici, letture pubbliche... Ma tra i volontari i giovani sono pochi: la maggior parte di noi ha più di quarant’anni. Il lavoro al centro di accoglienza è diventato via via più strutturato e molti ragazzi non se la sono sentita di prendere un impegno così gravoso. Io però non sono riuscita a rinunciare. Ho iniziato solo per curiosità, poi mi si sono aperti gli occhi.

All’inizio è stato difficile perché tra me e i migranti c’erano preconcetti reciproci. Da europea credevo di “avere di più” e perciò sentivo di “dover dare” loro qualcosa, avevo il mito del “poverello” da aiutare. Loro, invece, mi identificavano con l’istituzione, con lo Stato. Mi dicevano “Voi bianchi non ci volete”. “Ma io sono Camilla”, protestavo. Poi, pian piano, ci si scopre per quello che si è e cambia tutto. L’amicizia con i migranti ha dato al mio lavoro nel centro di Tradate nuove motivazioni, nelle relazioni invece che nelle ideologie. Che senso ha parlare di accoglienza senza accogliere di persona?

Superate le difficoltà personali, però, si è passati a quelle pubbliche. A Tradate è forte la presenza di chi i migranti non li vuole e, più mi coinvolgevo nelle attività del centro, più soffrivo per gli attacchi di chi ne era contrario. Spesso prevale la frustrazione del dover combattere contro sguardi, commenti, persino insulti, episodi che fanno venire voglia di arrendersi.

C’è una parola precisa per descrivere quello che provo quando vedo che molti sembrano privi della capacità di accogliere: sconcerto. Credo che l’accoglienza e la pietà siano sentimenti naturali, umani; non possono non nascere spontanei. Chi non li prova è perché non vuole provarli, non vuole rischiare di doversi mettere in discussione. È questa la vera sfida, secondo me: portare quelle persone a toccare con mano, a conoscere i migranti. Non serve andare a Lampedusa, basta vederli nel quotidiano, con i loro piccoli problemi. Conosco alcuni che li vedono come invasori o nemici, ma poi hanno un amico tunisino di cui dicono ogni bene perché “Lui sì che è una brava persona”. In realtà lo sono tutti, basta conoscerli.

È per questo che continuo a stare con loro nonostante le difficoltà: per le relazioni che si sono create. Da questi ragazzi viene fuori tanta bellezza e ho mille esempi che mi dicono che l’accoglienza è possibile.

Credo che ci siano due piani ben distinti: uno politico e uno umano. Quelli che sono favorevoli all’accoglienza e la promuovono, ma che in fondo la usano per motivi politici, mi fanno storcere il naso esattamente come quelli che sono contrari. Ciò che importa è che quelle persone stiano bene, tutto il resto viene dopo. L’accoglienza per me non è un obbligo morale o una sfida sociale; è semplicemente una questione di relazioni sincere tra persone.

Tags: italia, missione, giovani, GiovaniConLeScarpe, migranti

Leggi altri articoli...