Una casa particolare

Stiben Mesa Paniagua, Manaus, Brasile 2015

M-a-x-W-e-l-l-i-n-g-t-o-n. Scandisce con incertezza mentre con l’indice della mano sinistra indica lettera per lettera sul tatuaggio che ha inciso sul retro dell’avambraccio destro. Il blu cobalto dell’inchiostro si distingue appena, tra la polvere sulla pelle e le luci fiacche che arrivano sotto il ponte. Max Wellington è uno dei tanti meninos de rua - ragazzi di strada - della città brasiliana di Manaus. Vive insieme a una dozzina di compagni sotto un ponte lungo Avenida Alvaro Maia, quartiere Aparecida, accanto alle acque putride di un affluente del Rio Negro. La sua storia, come quella degli altri, è piena di mancanze, strappi e ferite. Dolori ammorbiditi quotidianamente con una bottiglietta di colla da sniffare. La “droga” più facile ed economica da trovare ma dagli effetti devastanti per i loro organismi già saturi di sofferenza.

Mentre parliamo con Max arriva Juancho, il colombiano. Nato a Leticia, nel cuore dell’Amazzonia, e finito in carcere per «traffico internazionale di stupefacenti», come ripete quasi con orgoglio. È vestito in maniera diversa. Indossa pantaloni scuri e una camicia bianca a maniche corte, raramente pulita. Parla fluentemente spagnolo e portoghese. Dopo la prigione manauara, è rimasto a vivere lì. Dice di non avere i 300 reais necessari per il battello fino a Tabatinga, la cittadina brasiliana al confine con il suo Paese. Quella del denaro - come lui stesso ammette vagamente - è una scusa per evitare di affrontare la realtà familiare. Nutre il desiderio forte di conoscere suo figlio, nato durante la detenzione, ma non trova il coraggio.

Lo stesso coraggio mancato a Lenita, l’unica ragazza - e leader - del gruppo. Ha partorito un figlio da poco ma ha deciso di affidare la creatura alla nonna perché l’idea di cambiare vita le incuteva timore. Ci hanno accolto così come eravamo, a mani vuote. Il nostro incontro su quel prato pieno di bottiglie di plastica abbandonate, cartoni e materassi sudici, è durato poco meno di un’ora, ma la sua intensità, il suo abbraccio - che è il modo bellissimo con cui i brasiliani accolgono tutti - è valso un intero mese di missione.

Siamo due ragazzi generazione anni Ottanta sposati da pochi anni. Nella città chiamata un tempo la “Parigi dei tropici” arriviamo dopo un anno di cammino “Giovani e Missione”: un’esperienza preparata con dedizione e competenza dai padri del Pime e da un’equipe di animatori. Sono loro ad affidarci la destinazione. «Andrete da Tommaso Lombardi e Elaine Elamid, una coppia italo-brasiliana che ha una casa famiglia», ci dissero al termine di un’indimenticabile eucarestia. Uno spicchio di mondo affidato a noi e a ciascun compagno di percorso, sconosciuti diventati fratelli di fede nell’andare.

La nostra fetta era il Sudamerica dunque. Nella ripida e dissestata Rua Nossa Senhora de Nazare, a Colonia Terra Nova, periferico quartiere di Manaus, c’e la casa “particolare” della famiglia Lombardi: “O Pequeno Nazareno”. Un padre, una madre, operatori, volontari e sei ragazzi ai quali la vita ha offerto una possibilità. Un dono che possono accettare o rifiutare ma che passa attraverso il cuore altruista di due sposi che hanno scelto di vivere al servizio dei meninos abbandonati dallo Stato e perfino dalle proprie mamme.

Tommaso ed Elaine sono un cantiere aperto nell’anima e nella mente: spalancati alla Grazia costruttrice di Dio, come le porte di casa loro lo sono verso il prossimo. L’accoglienza che ci riservano è completa. Ci invitano ad attivare i sensi, a percepire ed elaborare la realtà del barrio - il quartiere - senza sconti particolari: gustando la bellezza di ogni nuovo incontro e le difficoltà della routine. Condividere con loro delusioni, voglie di fuggire, entusiasmi e successi ha confermato in noi la certezza che anche le più meravigliose imprese si realizzano nella fatica del giorno dopo giorno.

Provare a educare sei adolescenti, partendo quasi da zero, sarebbe difficile ovunque ma nella ventitreesima citta più violenta del pianeta - dati 2015 - riuscire a farlo diventa un’esperienza straordinaria. Antonio, Leonardo, Anderson, Andre, Rodrigo e Wesley, ognuno di loro è come un magnifico albero da frutto. Hanno bisogno di luce brillante e non del buio sotto il ponte. Sono vivi, robusti e rigogliosi nonostante talora siano stati maltrattati e calpestati dalla vita. La loro nuova famiglia - seppur temporanea - cerca di nutrirne le radici e curare foglie e rami. Stando al progetto d’amore, che richiama all’essenza, i frutti dipenderanno sempre e comunque dal coraggio che avranno di cambiare. Il nostro incontro con quella casa “particolare” dura solo trenta giorni, ma tanto basta per comprendere e aspirare a quella scelta - che pensiamo eroica e invece è quotidiana - di una vita di missione.

Tags: missione, Giovani e Missione, Brasile, Manaus

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Eventi Pime
  • 03/27/2017
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