Le cose che contano

Benedetta Olivari, Lakewood, Filippine

 

Parlerò delle Filippine senza però nominare aerei, paesaggi, usi e costumi. Parlerò delle Filippine ma con gli occhi del cuore raccontando quanto ho provato, sentito e ho custodito durante il mio mese di missione.

Incomincerò dal volo che ho compiuto dentro di me, perché è questo che mi è successo! Mi sembra ancora un paradosso: dover volare tanto lontano per entrare nella propria anima e scoprirvi i prodigi di Dio, i valori e le motivazioni che mi caratterizzano nel profondo.

Sono trascorsi quasi quattro mesi dal rientro in Italia, ma non è passato giorno che per almeno un minuto non mi sia ritrovata in mezzo alla gente di Lakewood, sotto il sole cocente o sotto la piaggia torrenziale.

I ricordi associati agli eventi più eclatanti, come le giornate insieme alla comunità tribale dei subani riunita nel mezzo della foresta vergine per dei riti di ringraziamento agli spiriti, non è raro che diventino sogni durante la notte: rivedo i bambini che mi invitano a danzare, i loro occhi profondi, percepisco il ritmo degli strumenti di legno... Ma so che non è questo ciò che più conta!

Le cose che contano sono più piccole, meno vistose: sono le emozioni provate, le provocazioni emerse, gli interrogativi affiorati e i concetti rivalutati che non voglio più dimenticare.

Conta il fatto che ho ritrovato una Benedetta più semplice, meno schizzinosa, curiosa di conoscere e di capire senza essere invadente, che incassa il colpo quando capita, che non pretende sempre di avere la situazione in pugno. Ho provato molte cose per la prima volta: sono stata straniera, diversa, ed ero accolta con un amore e una premura che inizialmente mi mettevano a disagio; ho sperimentato l’essenzialità e quanto questa sia salutare! Ho imparato a vivere la provvisorietà e la quotidianità; ho sperimentato lo stare e l’essere comunità.

Sono stata provocata, ma anche spronata, dalle lunghe chiacchierate con padre Angelo Biancat: si è partiti dalla situazione politica critica e intricatissima delle Filippine per approfondire poi i problemi specifici di Mindanao, la convivenza coi musulmani, i programmi per lo sviluppo e la promozione dei tribali, fino ad arrivare alle opinioni più profonde e personali sulla nostra società e sull’importanza dell’essere fedeli a se stessi sempre. Padre Angelo è un “ometto” eccezionale, combattivo quanto innamorato del suo popolo e di quei luoghi. Afferma deciso che il nostro mondo occidentale dipende da quello della povera gente molto più di quanto crediamo. Si chiede quindi dove vogliamo arrivare, quale prezzo vogliamo pagare per mantenere la nostra comoda e imperturbabile indifferenza. Grazie a queste e cento altre discussioni, parecchie cose hanno iniziato ad apparirmi diverse da come le avevo intese e soprattutto mi hanno mostrato quanto sia rischioso giudicare senza conoscere: è troppo facile sputare sentenze.

Ora, la “favola” della missione, così ci divertivamo a chiamarla Francesco ed io, nel concreto è finita, ma sta continuando dentro di noi. È difficile esprimere quello che sento e capisco di avere ancora bisogno di rielaborare molte intuizioni e soprattutto di provar a dare loro una forma concreta, una realizzazione secondo la mia personale vocazione. Ho la certezza che nulla è accaduto per caso e ora spero solo di essermi portata in valigia, oltre ai ricordi, le cose che contano davvero come la naturalezza, la spontaneità e la semplicità del sentire e del vivere di quella gente.

 

 

Questa testimonianza, insieme a molte altre, è contenuta nel volume che ha celebrato i 25 anni del cammino di Giovani e Missione: Destinazione mondo

Tags: missione, giovani, Giovani e Missione, Filippine, Oceania

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