Cambogia: la fede che porta lontano

Testo raccolto da padre Luca Bollelli, missionario del Pime in Cambogia

Quando avevo tre anni la mamma è morta e papà, disperato e con quattro figli, ha iniziato a bere. Io sono stata affidata alla nonna, che però era molto povera e aveva dovuto vendere la casa; eravamo costrette a una vita nomade a Kdol Leu, in Cambogia, elemosinando ospitalità di casa in casa. La domenica andavo a messa e partecipavo al catechismo; fuori dalla chiesa, però, non sentivo mai parlare di Gesù. Mia nonna preferiva rivolgersi agli spiriti degli antenati secondo la religiosità khmer. Poi, a tredici anni, la mia vita è cambiata inaspettatamente.

Mi è stata offerta la possibilità di studiare a Phnom Penh, dalle suore salesiane. Lasciare la nonna e andare in città mi intimoriva moltissimo, ma ho accettato perché non sarei partita da sola: Juri, una delle mie migliori amiche, sarebbe venuta con me. Entrambe, però, siamo state bocciate all’esame d’ingresso della scuola. Se non fosse stato per suor Opphrini non ce l’avrei fatta. È stata lei a insegnarmi ad avere fiducia in Gesù. Allora ho iniziato a pregare: «Signore, se vuoi che io stia qui, aiutami!». Lo ripetevo con insistenza e la risposta non si è fatta attendere. Dopo alcuni giorni il preside ha detto alle suore che avrebbe accettato sia me che Juri per un periodo di prova di tre mesi. Tre mesi che sono diventati cinque anni!

Ho iniziato allora a rivolgermi a Gesù e a vedere le cose diversamente. Le suore mi suggerivano di prenderlo come esempio: se Lui ci aveva amato così tanto, anch’io dovevo amare alla stessa maniera. Allora ho provato a farlo con mio padre e ho capito che se si ubriacava era perché odiava se stesso. Così mi sono impegnata a dimostragli il mio affetto, soprattutto quando era malato. Qualcosa è cambiato e ho iniziato a percepire che, in fondo, anche lui mi voleva bene.

Ho imparato anche a non pensare solo ai miei problemi, ma ad accorgermi delle sofferenze attorno a me. Le suore ci hanno mostrato foto dei bambini in Africa e mi sono rivista in loro: eravamo poveri allo stesso modo, ma io avevo qualcuno ad aiutarmi. Decisi di aiutare anch’io chi era in difficoltà e a scuola ho iniziato a condividere con le mie compagne quanto ricevevo dalle suore. In Cambogia si dice che «Chi ha il cuore buono diventa povero», ma io ho sempre preferito ricordare le parole di Gesù: «Amatevi gli uni gli altri». Non me ne sono mai pentita.

È stato soprattutto negli ultimi mesi che la fede mi ha dato forza. Mio papà è morto di cirrosi epatica; ho provato molto dolore, perché avrei voluto fargli capire il valore della sua vita. Poi sono stata bocciata all’esame di maturità e non ho potuto iscrivermi agli studi di pedagogia. Tutto è crollato, ma alcune parole di suor Maria sono state uno squarcio di luce: «Se si chiude una strada, il Signore ne aprirà un’altra». Ho trovato allora la forza di rialzarmi: mi sono iscritta a un corso per segretaria e l’anno prossimo riproverò a dare l’esame. Ora so che, se il Signore vuole, realizzerò il sogno di aiutare gli altri, anche perché sento in me sempre più forte il desiderio di donargli tutta la vita proprio come salesiana. L’ultima buona notizia è arrivata da poco: mia nonna, a settantacinque anni, ha ricevuto il battesimo! Non bisogna mai smettere di sperare.

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