Bari - Chiang Mai: andata, ritorno e testimonianza

 

di Francesco Bia

 

Ho conosciuto il Pime attraverso mio zio, padre Antonio Turra, missionario del Pime dal 1964, deceduto in Brasile. Il desiderio di conoscere meglio l’Istituto di cui aveva fatto parte mi ha porato a vivere l’esperienza della veglia missionaria l’11 ottobre 2015 presso la casa del PIME a me più vicina, a Trentola Ducenta (CE). In quell’ occasione oltre a conoscere i padri del Pime e le suore dell’Immacolata di Pozzuoli, ho incontrato molti ragazzi appena tornati dall’esperienza missionaria che mi convinsero ad intraprendere il cammino di Giovani e Missione.

Con la mia guida spirituale padre Constant, le guide del mio cammino padre Biplob e le suore Anna e Suchi, insieme ai miei compagni Carlo, Jessica, Ilaria, Nicoletta e Luisa, ho vissuto quest'esperienza di preparazione di un anno. Il 12 marzo presso il Santuario della Montagna Spaccata a Gaeta ci è stata comunicata la destinazione. Io e Carlo saremmo partiti per la Thailandia. Gioia, emozione, entusiasmo, determinazione e soprattutto fede nel Signore hanno animato il mio cammino verso la partenza così fortemente desiderata. La rinuncia di Carlo, la notizia dell’attentato a sud della Thailandia una settimana prima che partissi, gli ultimi saluti sofferti dalla persona che amavo e dalla mia famiglia... nulla di tutto questo ha ostacolato la mia sicurezza, circondata dalla fede, che mi portava a vivere il mio primo viaggio intercontinentale completamente da solo.

Dopo un viaggio lunghissimo da Gioia del Colle, in provincia di Bari, dove vivo, fino a Roma, da Roma a Dubai, e quindi a Bangkok, finalmente all’aeroporto di Chiang Rai sono stato accolto da padre Lorenzo De Oliveira e dal catechista Sila, che sarebbero diventati tra i compagni della mia esperienza missionaria nel nord della Thailandia, nei distretti di Fang (Chiang Mai) e Ban Thoid Than (Chiang Rai). L’ impatto con una cultura completamente diversa dalla mia non è stato facilissimo, ma mi sono lasciato cullare come un bambino che col tempo inizia a chiamare i genitori e a muovere i primi passi. Così ho imparato che per entrare in una casa o in un luogo sacro ci si toglie le scarpe; che il riso sarebbe diventato il mio pane quotidiano; che conoscere la lingua è solo un dettaglio perché i thailandesi sono un popolo che accoglie calorosamente pur non concedendo nemmeno un abbraccio ma solo il rispettoso segno delle mani giunte.

Mai mi sarei aspettato di avviare amicizie che mi avrebbero portato a lasciare quei luoghi con il magone. La missione è mettersi in gioco sempre, così ho affrontato i lavori nell’ orto del centro, zappando, raccogliendo granoturco, vivendo con allegria l’imprevisto di un incidente in motorino; è pregare con gli altri e farsi presenza viva di ogni fratello, così si andava tutti i giorni ai villaggi per fare catechismo ai bambini, per fare visita alle famiglie che ti accoglievano con un bicchiere d’acqua o addirittura un pasto.

francesco bia

Ho vissuto la missione attraverso il divertimento di una giornata alle terme in compagnia della famiglia di Primchi, con la visita a Chang Mai insieme a padre Lorenzo e al "Triangolo d’ oro" con padre Marco. Ma ho visto anche la sofferenza di chi a breve avrebbe perso una persona cara, divorata dal cancro. L’esperienza più forte che ho vissuto è stata propria la giornata di apostolato con i padri, le suore e i medici buddhisti in sostegno di familiari e pazienti durante la malattia e dopo la morte dei propri cari. Religioni diverse ma unite per il prossimo - anche questo è un insegnamento della missione. La sofferenza vissuta con composto silenzio, tanta pazienza e un motto che ho portato in Italia con me «Mai pen lai» - sicuramente l'avrò scritto male - che significa “non c’ è problema, a tutto c’ è una soluzione". Laddove ostacoli e difficoltà sembrano essere mari in continua tempesta, il popolo thailandese riesce sempre a vedere, a credere nel sole che sorgerà. Imbattersi nei propri limiti e superarli, lasciarsi accompagnare dal fratello ed essere a tua volta presenza che gli riscalda l’anima; vivere periodi di solitudine, apparentemente momenti inutili, ma che in quell’ inutilità fanno ritrovare sé stessi attraverso il dialogo interiore con Dio.

Salutare gli amici di Ban Thoid Tan, con la speranza di ritornare quando la loro Chiesa in fase di costruzione sarà finalmente pronta a ospitare tutte le famiglie dei villaggi vicini. Lasciare tutti gli abiti che ho usato in quel mese per donare una piccola impronta della mia presenza ai villaggi particolarmente poveri. E mentre “anche il cielo piange” - come diceva padre Marco accompagnandomi in aeroporto - con tutto quello che ho imparato da quell’esperienza, sono ritornato per poter testimoniare; per far nascere in altri giovani il desiderio di vivere la missione per donarsi all'altro, con la consapevolezza di averLo incontrato affidandoGli la nostra vita. Tornare per ripartire. Sono pronto!

Tags: Thailandia, Giovani e Missione

Racconti di Missione

Leggi altri articoli...

Eventi Pime
  • 03/27/2017
  • By 

Destinati

 Abbiamo chiesto a due giemmini freschi di destinazione cosa significa essere spediti in un posto che non ci si è scelti, con una persona che non ci si è scelti.