La bellezza degli "scarti"

di Elisa Brivio

 

Confesso che, quando mi è arrivata la richiesta di scrivere su questa rubrica, come spesso mi accade, mi trovavo piena di cose da fare e c'è stata la tentazione di ignorare la mail. Tra un lavoro a tempo pieno, una casa in costruzione e il Centro di Accoglienza in cui sono volontaria, mi sentivo già abbastanza occupata da impegni “previsti” per caricarmi anche degli imprevisti. Ma il titolo del primo testo di questa rubrica mi ha spinto a farlo. Essere “giovani con le scarpe” significa proprio questo: fare lo sforzo di alzarsi dal divano quando si è stanchi, allacciarsi le scarpe e uscire a incontrare l’altro. E mai come nell’avventura che sto per raccontare mi sono accorta della bellezza del camminare insieme agli altri, dell’importanza di avere qualcuno che ti trascini, ti allacci gli scarponcini, o addirittura si fermi ad aspettare per te, con te, nei momenti in cui ti siederesti più che volentieri sul divano.

Dal 2012 faccio parte del Centro di Accoglienza Notturno Temporaneo (Cant) di Desio. Una vera e propria casa che accoglie una decina di ospiti senza fissa dimora, cui forniamo, oltre al ricovero, un pasto caldo ogni sera. Il centro è gestito interamente da volontari: ci occupiamo di tutto, dalla spesa, alla lavanderia, ai contatti con i servizi sociali. La missione che abbiamo scelto, come dice anche il nostro nome, è l’accoglienza degli ultimi. Proprio gli ultimi, per intenderci quelli che anche gli assistenti sociali scartano per i progetti più definiti e costosi, perché “sarebbe uno spreco”. Gli ospiti sono per la maggior parte italiani, con disagi psichici o problemi di alcolismo. La convivenza è difficile. Esperienza comune è la fatica di convivere con persone a cui si vuole bene; immaginate tra dieci uomini sconosciuti, con età differenti e con disagi importanti. Noi abbiamo scelto loro. Non vogliamo cambiarli né educarli, scegliamo solo di accoglierli così come sono, facendogli sentire che c'è qualcuno anche per loro, preparando un pasto, stringendo una mano o restando seduti ad ascoltare la loro storia. Spesso semplicemente facendoci chiudere la porta in faccia, perché sono troppo arrabbiati e non hanno altri che accolga questo rancore.

Non ho avuto fino ad ora, e non avrò in futuro, solo momenti di carica e di cammino fiducioso. La strada che ho intrapreso quattro anni fa è stata piena di momenti di sconforto, accompagnati dalla tentazione di abbandonare. Ma c'è sempre stato un volto, una parola, un gesto inatteso che mi ha spinto a rialzarmi e riallacciare le scarpe. C'è qualcosa che non so spiegare che mi fa alzare dal divano la sera, anche se sono stanca, per andare ad una riunione o per incontrare uno degli ospiti. È un qualcosa talvolta ben nascosto, magari un loro sguardo, raramente un grazie. L'ultima volta è stata la frase di un ospite con un forte disagio psichico, incapace di occuparsi persino di se stesso: «Attenta a tornare a casa in macchina, è buio».

Tags: italia, GiovaniConLeScarpe, Senzatetto, Accoglienza

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