L'umanità che sogno

di Raffaella Maria Iorio

Ho rimandato per mesi il momento di ritornare a quei giorni a cavallo tra luglio e agosto, estate 2016. Ci ho litigato bene, con quella settimana passata fisicamente tra Mascalucia e Catania, ma col cuore in Africa.

Non sono andata a Mascalucia convinta di "distribuire coperte termiche o pasti", fare la crocerossina non è mai stato il mio forte. Sia  chiaro: nutro profonda stima e rispetto per queste attività e per coloro che ricoprono questi incarichi. Semplicemente sapevo che non sarebbe stato quello il mio compito. Come per tutte le altre partenze ho applicato un esercizio filosofico che mi riesce bene: non aspettarmi niente per lasciarmi stupire. E questa volta, a differenza di tutte le altre, non sono solo rimasta stupita, ma direi investita da tutto quello che ho visto, vissuto e provato. Il Campo di impegno sociale di Catania, coi minori rifugiati del Lido Don Bosco, mi ha messa davanti a qualcosa che di me conoscevo ma che non pensavo potesse arrivare a scottarmi tanto: la diversità.

Diversità - Distanza

Mentre io partivo per Catania il mio ragazzo, Alberto, si preparava a lasciare l'Italia per la Costa d'Avorio con Giovani e Missione. Ho incontrato parecchi Ivoriani a Catania e sapere che il mio ragazzo fosse in un paese pericoloso, dal quale si scappa, è stato lo scoglio più periglioso da aggirare in tutta l'estate 2016. Non essere costantemente preoccupata è stato un sacrificio che non pensavo di poter fare. Quel timore e quel dolore tenuti sotto controllo hanno reso sacro ogni giorno che ho passato lontana da Alberto.

Diversità - Incomprensione

Padre Salvatore, il missionario del Pime di stanza a Mascalucia, vicino a Catania, si è prodigato tanto per quella settimana di campo: ha tenuto i contatti con la struttura di accoglienza, ci è venuto a prendere in aeroporto, si è sforzato di farci amare quella terra bruciata da una luce così forte che illumina ogni cosa, persino quella che non vorresti vedere affatto... Noi giovani siamo arrivati alla spicciolata a causa di ritardi nei voli. L'età andava dai 17 ai 37. Dopo un anno di insegnamento a scuola e di animazione al Pime ero davvero desiderosa di mettermi nelle mani di qualcuno e di lasciarmi guidare... ma non tutti erano della stessa idea. Qualcuno non sapeva nemmeno che cosa fosse il Pime e l'idea di non "distribuire coperte termiche e pasti" per tutta la settimana non è piaciuta proprio a tutti. A molti non era risultato chiaro che si trattasse anche di una settimana di cammino spirituale con messe, preghiere condivisioni e meditazioni.

Diversità - Incontro

Però qualcosa che accomunava tutti noi giovani c'era, ed era la ricerca spasmodica di qualcosa di giusto in un'Italia che ci era sembrata ancora troppo chiusa e arrabbiata con chi lascia la propria terra, la propria casa, i propri affetti, e rischia la vita per essere sradicato e ripiantato in qualche centro di accoglienza. Volevamo, avevamo il disperato bisogno di fare qualcosa per queste persone... ma come? 

Il primo pomeriggio al Centro di accoglienza ci è stata fatta una panoramica degli atteggiamenti consigliati e quelli da evitare pedissequamente. Una panoramica che mi ha messo in crisi. Uno dei punti nodali era stato: "Non affezionatevi e non lasciate che i ragazzi si affezionino troppo. Voi tra una settimana andrete via, tornerete alla vostra casa, ai vostri amici e alle vostre belle cose. Se loro si affezionassero sicuramente vi prenderebbero come un punto di rifermento, continuerebbero a contattarvi e a cercarvi, e spererebbero in un vostro aiuto per trovare un lavoro o addirittura per fuggire altrove. Voi invece vi stancherete di loro e il vostro rifiuto spezzerà il loro cuore... di nuovo". Non so che reazioni questo abbia scatenato negli altri, ma io ho sentito una parte di me indurirsi. Non potevo ignorare la verità di quelle parole e d'altra parte non potevo nemmeno imparare in sette giorni un modo di incontrare che non prevedesse una dose di dolore. Mi sono sentita profondamente inadeguata.

E l'incontro con Dio? Be' potrei dire tante belle parole sull'incontrare l'ultimo, l'emarginato e il bisognoso... ma no. Sono successe anche cose più profonde... Più profonde di quello, sì! È successo, ad esempio, che il disagio di chi tra noi animatori non credeva in Dio io l'ho sentito far terremoti dentro me: mi è pesato sulle spalle come un cappotto di cammello indossato in agosto. Anche in questo ho incontrato me stessa, con tutti i miei limiti e la mia incapacità di farmi pane per tutti, l'incapacità di mediare.

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Diversità - Bellezza

Allora in tutta questa settimana di distanze, incomprensioni, incontri non proprio facili, che cosa salvo? Che cosa consegno a chi quest'anno tornerà a Catania al Lido Don Bosco e alla casa del Pime di Mascalucia? Ve lo racconto con le parole e le immagini che ho conservato gelosamente. Cose che ho rubato ai miei compagni di viaggio perché loro sono stati un dono enorme, e di quella settimana non ho serbato altro.

Mi sono portata a casa Davide, Davide e Nico che a messa hanno sempre tenuto la bocca chiusa, ma avevano gli occhi e il cuore aperti e coi ragazzi del centro erano grandiosi.

Mi porto a casa le quattro liceali del varesotto, delle adolescenti che diventeranno delle donne meravigliose perché sanno dare solo il 100% nelle relazioni. E questo nella vita di una persona fa la differenza.

Mi porto a casa Edo, non perché sia piccolo e maneggevole, ma perché ha portato avanti con caparbietà, per tutta la settimana, il suo laboratorio di informatica in uno sgabuzzino a 45 gradi con due computer di cui uno rotto. Sei un mito, Edo.

Mi porto a casa, col cuore che scalpita di gioia, le parole di Francesca mentre al tramonto dell'ultimo giorno guardiamo da lontano gli altri che si buttano in acqua dopo le attività pomeridiane: «Questa è l'umanità che sogno, un mare di puntini bianchi e neri insieme». Quel mare cullava e accoglieva tutti senza fare differenze tra noi e loro... e tutti sapevamo che non c'era differenza tra chi veniva accolto e chi accoglieva, perché tutti in quella settimana siamo stati l'uno e l'altro.

Mi porto a casa, e me la porterò per sempre nel cuore, la sera dei saluti. Come ogni sera abbiamo lasciato il Lido Don Bosco all'ora di cena. Gli educatori cercavano di radunare i ragazzi, ma quando abbiamo provato a convincerli ad andare a mangiare la risposta di uno di loro mi ha zittita per il resto della serata: «Voi siete per noi un bene molto più importante del cibo».

E con questo avrei potuto seppellire tutte le difficoltà di quei sette giorni. Ma dato che davvero, davvero, davvero ci viene sempre dato 100 volte tanto quello che diamo noi, ecco che tutti i ragazzi del Centro hanno improvvisato una danza in cerchio a ritmo di djembé, ed è successo proprio come nella canzone di Jovanotti che fa così:

È una notte come tutte le altre notti 
È una notte con qualcosa di speciale 
Una musica mi chiama verso sé 
Come acqua verso il mare 
Vedo un turbinio di gente colorata 
Che si affolla intorno a un ritmo elementare 
Attraversano la terra desolata 
Per raggiungere qualcosa di migliore 
Un po’ oltre le miserie dei potenti 
E le fredde verità della ragione 
Un po’ oltre le abitudini correnti 
E la solita battaglia di opinione 

Quelle parole sono rimaste cucite su quella sera, sulle immagini che ho negli occhi. Alla fine anche chi non ha pianto era comunque triste. E così non abbiamo potuto fare a meno di affezionarci tutti e rimanerci quanto meno male nel mettere un punto a quell'esperienza. Ma si sa: nell'economia della Croce anche il dolore e la perdita hanno un senso, verso la risurrezione. Ci sono una bellezza e un'amore più grandi che abbracciano, curano e accolgono tutto. Come quel Lido sul mare di Catania che vorrei tornare a vedere. Il mare dell'umanità che sogno.

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Tags: estate, migranti

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