I missionari, i giovani e la Cina

Tra tutte le missioni dove vengono destinati i ragazzi di Giovani e Missione, ce n'è una molto particolare. Non ci sono strade sterrate, bambini denutriti o villaggi sperduti nelle foreste, ma città, ricchezza, lavoro, opportunità. Non ci sono difficoltà evidenti, di quelle che attirano il missionario della prima ora, ma ce n'è una nascosta nella vita di tutti i giorni della popolazione: a volte celata da chi la patisce per paura o per vergogna, a volte vissuta inconsapevolmente. Questa missione particolare è quella in Cina.

La difficoltà che deve affrontare è quella della povertà spirituale, dell'incomunicabilità, della scarsa qualità delle relazioni interpersonali. In un Paese che venera il successo nel lavoro sopra ogni altra cosa è difficile mostrare agli altri le proprie fragilità. Molti giovani sotto pressione, perciò, si rifugiano nel mondo del web, e da lì non escono più. Abbiamo chiesto a padre Fabio Favata, psicologo e missionario a Hong Kong, di descriverci la situazione dei giovani nel Paese asiatico.

Padre Fabio, ci hai raccontato di come i giovani cinesi non riescano a staccarsi dai cellulari per parlare nemmeno quando sono tra amici. Cosa provoca questa chiusura così radicale?

Il principale problema è la competitività a cui è costretta la maggior parte dei giovani durante gli studi. Ma sin dall'asilo: i genitori fanno fare loro dei test attitudinali per scegliere le scuole elementari più adatte alle loro competenze. E, man mano che crescono, questi ragazzi devono mantenere standard altissimi per avere voti alti e poter accedere alle scuole migliori. Perciò sono pieni di impegni: ripetizioni, sport, musica... Alla fine devono selezionare le proposte, ma hanno un approccio molto pragamatico nello scegliere. Per noi missionari quindi è difficile coinvolgerli in attività che li aiutino ad aprirsi. Se li inviti a un incontro biblico o di condivisione non viene nessuno, ma se li inviti a un barbecue te li ritrovi tutti lì. Ma sempre col cellulare: per farli parlare tra di loro dobbiamo ritirarglieli.

Tutti chiusi in se stessi a fare cose utili per la carriera, quindi? Non ci sono gruppi di volontariato o cose simili?

Ci sono, ci sono. Molti giovani, cristiani e non, sono impegnati nel sociale o in politica. Basti ricordare la rivoluzione degli ombrelli di qualche tempo fa. Molti di loro hanno studiato all'estero e la cosa ha aperto loro gli occhi. Ma anche questo attivismo fa parte di una problematica più ampia. In Cina i ritmi di lavoro sono quasi insostenibili e le case sono molto piccole: spesso all'interno delle famiglie si creano tensioni fortissime dovute anche a questa mancanza di spazio. Ci sono dipendenze, stress, disturbi psichiatrici e, a volte, anche violenze; che i giovani giustamente cercano di evitare restando fuori casa. Per cui si iscrivono a più attività possibili per non dover tornare in famiglia se non quando è necessario. Tutto questo crea una tensione emotiva che non viene mai incanalata, scaricata o condivisa. Non è un caso che ci sia un tasso altissimo di suicidi.

Qual è il ruolo di voi missionari, in questa situazione?

Ci poniamo come una valvola di sfogo per questa difficoltà, ma è molto difficile che un giovane si apra, se non dopo anni. Prima deve essere certo di potersi fidare. Ma tra di loro non si confidano mai, e questa è una mancanza che noi missionari non potremo mai colmare.

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Una veduta notturna di Hong Kong.

Cosa succede quando a Hong Kong e in Cina arrivano i ragazzi di Giovani e Missione?

Arriva una ventata di aria fresca. Quella in Cina è una missione particolare, soprattutto a Hong Kong: sia i missionari che i cinesi non percepiscono l'idea che quei ragazzi sono lì per fare volontariato. Ma si crea uno scambio a livello umano. I giovani dall'Italia portano idee nuove, notizie, entusiasmo... Persino la voglia di pregare. Alcuni la portano con sé da casa, altri la riscoprono in missione e la fanno riscoprire anche ai padri.

Com'è il rapporto con i missionari del Pime?

Ovviamente non appena arrivano noi padri interroghiamo i ragazzi sulla situazione in patria, sulle novità. Poi, come sempre, i padri che hanno già ospitato dei giovani, o che hanno partecipato all'animazione missionaria in Italia, accolgono sempre più volentieri; quelli più anziani fanno più fatica. Per alcuni missionari, poi, i giovani sono davvero un'occasione per dialogare e avere compagnia; penso a padre Franco, che accoglie i giemmini nella fattoria di Huiling: è da solo insieme ai disabili della struttura, per lui i ragazzi dall'Italia sono un grande aiuto per confrontarsi e, a volte, semplicemente per parlare la sua lingua. Direi che anche nel nostro caso si crea un grande scambio umano, si creano rapporti che poi restano forti anche quando i ragazzi tornano a casa. Proprio perché la missione in Cina è così diversa e provoca così tanto, molti di loro si aprono con noi. E per noi è bello, è un'occasione per aprirci a nostra volta e metterci sullo stesso piano.

La cosa più bella di avere un giovane italiano in Cina?

I giemmini riescono a vedere le difficoltà dei padri anche quando noi stessi non le vediamo. E la cosa più bella è che non si fanno scrupoli a dirle apertamente...

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